TARIFFE

* La lezione è di ½ ora

**La lezione è di 1 ora

LUCA CANTARELLA

LUCA MARRA

STEFANO RICCHIUTI

ALBERTO BRANDI

Orario

(giorni di presenza al circolo)

 lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì,

 sabato e domenica 

ore 9.00-18.00

martedì 12.00-17.00, mercoledì 10.00-13.00,

 giovedì, venerdì,

sabato e domenica 

ore 10.00-17.00

 lunedì, giovedì,venerdì, sabato e domenica

ore11.00-17.00

Su prenotazione dalle 9.30 alle 20.00

lunedì

Lezione singola* adulti

Soci 25€

non soci 30€

25€

25€

25€

Lezione singola* juniores

Soci 25€

non soci 30€

25€

20€

25€

Pacchetto Lezioni* individuali per principianti

 Prime 10 lezioni 180€

(18€ a lezione) 

Prime 10 lezioni 180€

(18€ a lezione) 

Prime 10 lezioni 180€

(18€ a lezione)

Pacchetto Lezioni* collettive

per principianti (2 persone)

-

 -

20€

(10€ ad allievo) 

 -

Pacchetto

Lezioni* individuali

10 lezioni 250€

(25€ a lezione) 

10 lezioni 225€

(22,50€ a lezione)  

10 lezioni 225€

(22,50€ a lezione) 

 -

Pacchetto

Lezioni* collettive (2 persone)

10 lezioni 400€

(20€ a lezione) 

30€

(15€ ad allievo)  

30€

(15€ ad allievo) 

 -

Pacchetto

Lezioni* individuali juniores

10 lezioni 250€

(25€ a lezione) 

10 lezioni 225€

(22,50€ a lezione) 

10 lezioni 180€

(18€ a lezione)

 -

Lezione Family Neofiti**

(da 3 a 5 persone, genitore/i e

figlio/i/e juniores)

-

 40€ complessivi

40€ complessivi

 -

LUCA CANTARELLA

Nato a Biella nel 1965 è diventato professionista nel 1984, all’età di diciannove anni. Dopo un lungo periodo agonistico si è dedicato a tempo pieno all’attività di istruttore. Nel 2008 ha ideato e pubblicato il gioco di società “Golf Strategy” che ha ottenuto un grande successo di pubblico. Da qualche tempo è alla ricerca di nuovi spazi espressivi e si dedica con profitto alla pittura. Il soggetto è, ovviamente, il golf, che Luca racconta dipingendo buche da sogno inserite in paesaggi luminosi, a volte esotici e lontani, oppure quotidiani e conosciuti. È infine maestro titolare presso il circolo di golf “Pinerolo”.

LUCA MARRA

Nato a Copenaghen nel 1973, cresce golfisticamente nel circolo di golf di Helsingor in Danimarca. Il circolo è tra i più forti d’Europa e la squadra vince il campionato danese negli anni dispari a cavallo fra gli ’80 e i ’90. Luca vince il campionato sociale juniores mentre in Italia arriva in semifinale al campionato juniores italiano match play nel 1991 a Venezia.

Socio al Golf Club di Biella e poi al golf di Stupinigi ne rappresenta i colori giocando per la squadra nel campionato di A2 e A1.Passa al professionismo nel 1998 alla scuola nazionale di Roma e cresce sotto l’ala di Vittorio Mori prima e poi alla corte di Giuseppe Bertaina. Gioca tre anni sul Alps tour passando 15 tagli consecutivi tra gare Alps tour e campionati Pgai e Omnium ottenendo qualche piazzamento nei top 15. Viene eletto in rappresentanza degli atleti professionisti del Piemonte e per quattro anni difende con istrionico ardore gli interessi di tutta la categoria. Parla correttamente Inglese, francese e danese.

Ha partecipato a svariati congressi sull’arte dell’insegnamento. Frequenta con successo il primo master in golf management organizzato dalla Fig ottenendo un ottimo punteggio.

Fonda nel febbraio 2013 la Tekno Golf Academy che vuole diventare una delle scuole più moderne ed avanzate d’Europa. Lavora come maestro titolare presso il circolo golf Pinerolo-Pragelato.

Gioca frequentemente con i propri allievi condividendo

con loro la vera passione del golf.

STEFANO RICCHIUTI

Nato a Torino il 18 Maggio 1977, muove i suoi primi passi nel golf presso il Circolo Golf "Stupinigi", per poi perfezionare la sua tecnica presso il Golf Club “La Margherita” di Carmagnola. Diviene professionista nell’Aprile del 2007, e successivamente membro della PGA nel 2008.
Il suo passato da dilettante lo vede come partecipante e vincitore in varie competizioni più o meno prestigiose quali gare ufficiali, campionati piemontesi, campionati nazionali universitari e a squadre. Tale è la sua passione per il gioco da far sì che la sua formazione sull’insegnamento abbia spaziato negli anni attingendo dalle teorie dei più grandi maestri della storia: da Michael Hebron a David Leadbetter, da Bob Toski ad Harvey Penick.
Diviene socio effettivo della PGA (l’associazione dei professionisti di golf) nel 2011 e, poco dopo, inizia un percorso di formazione che lo porterà ad appassionarsi sempre di più nei confronti dell’aspetto mentale legato al gioco del golf. Consegue il titolo di Practitioner in PNL (programmazione neuro linguistica) nel giugno 2012, e di Master Practitioner nel 2013, entrambi certificati direttamente dal Dr. Richard Bandler.
A tutt’oggi frequenta corsi di aggiornamento e si avvale di software per l’analisi dello swing consapevole del fatto che tali strumenti, seppur necessariamente uniti ad una buona conoscenza base del gesto, possono contribuire allo sviluppo tecnico di giocatori di medio e di alto livello.
È maestro titolare presso il golf “Pinerolo”, membro della Teknogolf Academy, co-autore del testo "Golf: la mia passione!" e, più recentemente, autore del libro "La tecnica del golf moderno", opera che condensa in sé molte delle novità scientifiche sulla tecnica e la balistica dei colpi.
È infine fondatore del sito web www.golfplayers.it.

I CONSIGLI DEL MAESTRO

IL GOLF E I GIOVANI

a cura di Stefano Ricchiuti

 

Sempre più giovani si avvicinano allo straordinario mondo del golf. Se sino a qualche anno fa era suggerimento federale quello di far iniziare i propri piccoli non prima degli otto anni (a causa della non perfetta bilateralità del movimento) oggi, coltivando parallelamente altri sport o utilizzando bastoni leggeri e maggiormente appropriati, l'età del primo approccio al golf si è notevolmente abbassata.

 

Così come per il grande Tiger Woods, o come per il nostro italianissimo Matteo Manassero, il primo incontro col golf avviene talvolta anche prima dei tre anni, e ciò è certamente un bene in quanto esso - forse un po' come tutti gli sport ma oserei dire anche di più - educa felicemente alla vita. È uno scenario dove si manifestano in piccolo la gioia alternata alla frustrazione, la padronanza delle situazioni inficiata da risultati sui quali è impossibile esercitare il totale controllo. È uno sport che insegna (o almeno dovrebbe) il fair-play, il rispetto per il campo e per gli altri giocatori. È uno sport che insegna metodo e pratica disciplinata, che abitua, come detto, al pianto della tragedia ed al riso della commedia.

Da parte dei maestri diviene dunque indispensabile saper trovare il giusto equilibrio tra la speranza di generare dei campioni ed il contatto con l'antico "principio di realtà" di freudiana memoria. A nessuno serve il cinismo, ma allo stesso tempo è inevitabile fare i conti con una realtà professionistica molto dura, dove il detto "uno su mille" diviene addirittura un eufemismo.

È necessario dunque far sperare i più giovani, rendendoli nel contempo consapevoli della quantità di sacrificio necessario.

Allo stesso tempo gli educatori più importanti in assoluto, ovvero i genitori, dovrebbero non perdere mai di vista il carattere "giocoso" di questo sport, evitando eccessive forzature nonché di proiettare sui propri figli i desideri e gli obiettivi non raggiunti nella loro stessa infanzia.

Il grande maestro Michael Hebron suggerisce a tal proposito - sulla base di uno studio psicologico teso a comprendere quale sia il miglior modo di far rendere i propri figli senza per questo "stressarli" riguardo al gioco - di relazionarsi verso di essi con questo genere di affermazioni e domande:

 

PRIMA DI UNA GARA:

•   "Divertiti!"

•   "Impegnati!"

•   "Ti voglio bene!"

 

DOPO UNA GARA:

•   "Ti sei divertito?"

•   "Sono fiero di te!"

•   "Ti voglio bene!"

 

Mai interrogare il bambino sulla qualità media dei suoi colpi, ma piuttosto chiedergli: "Oggi fatto dei colpi che ti hanno esaltato?"

Per i più giovani lo straordinario mondo del golf deve essere approcciato esclusivamente dopo una libera scelta personale, al massimo nata dopo qualche tiepido suggerimento da parte dei genitori, ma mai nata da una ferrea imposizione. Qualunque cella infatti, anche se dorata, rimane pur sempre una prigione.

I CONSIGLI DEL MAESTRO

LO SWING DELLE LADIES

a cura di Stefano Ricchiuti

 

La tecnica di gioco, la preparazione atletica, l'attitudine mentale sono esempi di aspetti legati al golf la cui combinazione risulta essere di fondamentale importanza per il miglioramento della performance e per il conseguimento dei propri obiettivi.

Tuttavia, a seconda della tipologia di allievo con la quale un maestro lavora, è estremamente importante mettere in primo piano quali sono gli aspetti principali e prioritari sui quali lavorare rispetto a quelli che, ad esempio, possono esser messi temporaneamente da parte.

Un giocatore juniores, una lady, un senior, un giocatore alto di handicap o uno basso - che magari ha ottimizzato già da tempo la parte tecnica del suo gioco - non possono ricevere il medesimo trattamento e lavorare su aspetti standardizzati.

Ecco perché, parlando del gioco delle ladies, esistono aspetti del gioco che meritano più attenzione rispetto ad altri.

Negli ultimi anni è pacifico che, per chiunque conosca da un po' di tempo questo sport, si sia assistito sia ad un miglioramento nella costruzione dei bastoni (prevalentemente nei legni), sia ad un progressivo allungamento dei percorsi di gioco. Tuttavia, se l'allungamento delle buche è un fatto oggettivo che non richiede eccessive considerazioni, ciò non è altrettanto vero per ciò che riguarda la proporzionalità diretta tra un miglioramento di tipo tecnologico in un bastone, e la nostra effettiva capacità di tirare più lungo.

Certamente oggi è meno penalizzante non colpire la pallina perfettamente in centro alla faccia del bastone ma, allo stesso tempo, se la velocità dello swing rimane bassa, qualunque tipo di bastone "iper-tecnico" non ha la possibilità di far valorizzare le caratteristiche maggiormente performanti con le quali è stato costruito.

Uno studio di qualche anno fa ha dimostrato che, negli ultimi trent'anni, il dilettante medio ha guadagnato solamente poco più di un metro di lunghezza grazie all'utilizzo dei bastoni all'ultima moda. Ciò non è risultato invece vero per i giocatori del Tour tanto che, Ernie Els, dichiarò di aver aggiunto ben 40 metri al suo drive rispetto ai tempi in cui era costretto a giocare con il classico driver in metal wood. In sostanza: i campi sono più lunghi, l'attrezzatura è migliorata ed è possibile tirare più forte, ma solo chi produce una certa velocità di swing può trarre i benefici derivanti dal punto precedente.

Ed eccoci dunque tornati a parlare di quale sia l'aspetto più importante per le giocatrici di golf. Se è vero che generalmente le golfiste possiedono una buona flessibilità ed una buona mobilità, e se è altrettanto vero che esse hanno la medesima capacità di apprendere la tecnica di gioco al pari dei loro compagni maschi, risulta essere altrettanto vero che in esse l'aspetto più carente sia quello legato ad una minore forza fisica (al contrario degli uomini nei quali di solito si riscontra invece una scarsa flessibilità).

In questo senso tutto ciò che contribuisce a velocizzare la velocità del bastone risulta essere opportuno se non addirittura auspicabile: la consapevolezza di tale necessità, una sufficiente preparazione atletica atta alla scopo e, soprattutto, un lavoro tecnico basato su quegli aspetti che possono aumentare la distanza dei colpi.

In tal senso sarà dunque utile, in relazione agli errori che più comunemente abbiano riscontrato verificarsi nelle ladies, focalizzarsi su parametri legati ad esempio ad un efficace utilizzo del SISTEMA DELLE LEVE (rotazione completa del corpo, utilizzo corretto delle braccia, caricamento attivo dei polsi), ad una sufficiente LUNGHEZZA DELL'ARCO DELLO SWING (la quantità di "strada" che percorre il bastone durante lo swing), ad un buona AMPIEZZA DELL'ARCO DELLO SWING (la distanza tra le mani ed il petto) e ad un corretto EQUILIBRIO DINAMICO (capacità di trasferire il peso in maniera corretta per generare velocità).

I CONSIGLI DEL MAESTRO

L'ELOGIO DELLA DIFFERENZA

a cura di Stefano Ricchiuti

 

Seppur possa esistere una forma ideale di swing alla quale far riferimento, è innegabile che l'analisi dello swing di differenti giocatori del Tour mostri talvolta delle discrepanze da un modello universalmente riconosciuto.

Certamente i punti più importanti dello swing sono sempre rispettati dai grandi giocatori ma in alcune fasi, taluni di essi, hanno prodotto delle personalizzazioni o delle compensazioni che gli hanno consentito di giocare altrettanto bene, se non addirittura meglio.

Si tratta generalmente di abitudini acquisite nell'infanzia e nei primi approcci col gioco, di modifiche legate alla propria struttura fisica, oppure di movimenti che sono stati inseriti istintivamente e senza alcun motivo particolare, ma che il tempo ha dimostrato essere funzionali.

D'altronde siamo tutti diversi gli uni dagli altri, e non c'è niente di male in questo. Anzi, proprio tali personalizzazioni rendono il golf un qualcosa di ancora più affascinante ed estroso, che evita di renderci simili a degli automi tutti uguali tra loro.

Ciò premesso è tuttavia importante ribadire che talune azioni del bastone o del corpo sono sempre da mettersi al bando in quanto, per taluni gesti, più ci si distanzia da un modello didatticamente corretto e più sarà difficile essere ripetitivi al momento dell'impatto. Inoltre, tali peculiarità sono maggiormente accettabili e legittime in giocatori talentuosi e che praticano molto (e che dunque sanno riconoscere l'utilità di certe modifiche) oppure in quelli che, come accennato, sono costretti ad eseguire un movimento diverso a causa ad esempio di una ridotta mobilità articolare.

In tutti gli altri casi, invece, il modello di riferimento rimane sempre costante, e le possibili personalizzazioni dello swing altro non sono che errori su cui lavorare e da dover eliminare.

I CONSIGLI DEL MAESTRO

IL DRIVE DEL SENIOR

a cura di Stefano Ricchiuti

 

Secondo il grande Ben Hogan il driver è il bastone più importante della sacca. In effetti, insieme al putter e al sand wedge, esso è uno dei tre bastoni più utilizzati dal giocatore durante un giro.

Iniziare bene una buca attraverso un buon drive ha molteplici vantaggi: predispone la situazione in maniera positiva, dà morale e fiducia e, non per ultimo, facilita il secondo colpo al green o l'avvicinamento ad esso.

In generale, dal punto di vista tecnico, il gioco con il driver richiede alcuni piccoli accorgimenti rispetto, ad esempio, al classico gioco con i ferri. Questi possono essere così facilmente sintetizzati:

•   Lo stance (la posizione dei piedi) è un po' più larga del normale (quindi i piedi sono un po' più larghi delle spalle);

•   La palla si sposta leggermente in avanti nello stance, sotto l'articolazione della spalla sinistra, ovvero al di sotto di quello che viene definito come il centro della rotazione del bastone (in termini più semplici la palla va messa in linea con l'interno del tallone sinistro);

•   Il peso del corpo graverà appena di più sul piede destro in fase di address (all'incirca 60% piede destro, 40% piede sinistro);

•   Il tee va messo alto, in modo tale che metà della palla spunti dal profilo superiore della testa del driver;

•   Lo shaft del driver va posizionato diritto, verso il centro del corpo, e non leggermente inclinato verso l'inguine sinistro come per i ferri;

•   L'angolo di attacco del bastone nell'area di impatto sarà più orizzontale rispetto ai ferri, e la palla sarà colpita in fase leggermente ascendente della testa del bastone.

Ciò premesso, il giocatore senior che, nel corso del tempo, ha naturalmente perso un po' di flessibilità nonché di velocità della testa del bastone richiede, rispetto ai punti appena espressi, di apportare ancora alcuni piccoli accorgimenti rispetto ai concetti standard appena spiegati, nonché di prestare attenzione a certi punti salienti che possono contribuire in maniera decisiva a migliorare il proprio gioco.

 

ASPETTI TECNICI PER IL SENIOR

 -    La larghezza dello stance, seppur aumentata, non va portata ai suoi livelli ottimali, in quanto una maggior larghezza equivale ad una maggior stabilità ma, nel contempo, ad una minor mobilità, aspetto quest'ultimo che il giocatore senior non può certamente permettersi (in sintesi: allargare un po' i piedi rispetto al gioco con i ferri, ma senza esagerare);

-    Nei casi estremi di scarsa capacità di ruotare le spalle nella salita può essere utile partire con le linee del corpo (piedi, fianchi e spalle) allineate in partenza già  un po' verso destra (la cosiddetta posizione chiusa) il tutto per dar vita ad una salita con una posizione preliminare già parzialmente ruotata, e compensata successivamente all'impatto da un maggior rilascio delle mani;

-    Stare un po' più dritti con il corpo in fase di set-up (più il busto si inclina in avanti e più si ha stabilità, ma nuovamente si compromette la mobilità);

-    Eliminare dal proprio gioco i colpi troppo alti, tagliati e corti (palline a destra) a favore invece di soluzioni nelle quali la palla percorra più strada (leggeri hook, pull, draw e, ovviamente, colpi diritti)

-    Ricercare una traiettoria di discesa del bastone un po' più dall'interno, con molto release (rilascio rapido della testa del bastone) e con cross-over (rotazione antioraria degli avambracci e sovrapposizione dell'avambraccio destro sul sinistro dopo l'impatto).

 

ASPETTI ATLETICI PER IL SENIOR

 -    Lavorare sulla propria mobilità e flessibilità (ad esempio attraverso lo yoga, il pilates, la fisioterapia, esercizi di palestra specifici, etc.)

-    Eseguire un corretto riscaldamento prima di iniziare la pratica (rotazioni del corpo, rotazione degli avambracci, circonduzione delle braccia, caricamento dei polsi, etc.) 

 

ASPETTI DI CLUB FITTING PER IL SENIOR

 -    Assicurarsi di possedere un driver con la giusta flessibilità per il proprio gioco (L=velocità basse/Sen=velocità classica del senior/R=velocità un po' più alte);

-    Assicurarsi di possedere un driver con il giusto loft per il proprio gioco (indicativamente oscillante tra i 10 ed i 13 gradi)

-    Possedere un driver dal volume della testa di 460cc;

-    Nei casi di colpi a destra ripetuti valutare la possibilità di acquistare un driver (o di settarlo) in modalità draw.

I CONSIGLI DEL MAESTRO

RIFLESSIONI SULL'A-SWING

a cura di Stefano Ricchiuti

 

Difficile criticare David Leadbetter, colui che negli anni è stato coach di campioni di calibro internazionale quali Nick Faldo, Nick Price, David Frost, Michelle Wie, etc. etc. etc.

Difficile criticare colui che ha academy di golf sparse in tutto il mondo, centinaia di assistenti e un palmares di tutto rispetto.

Difficile altresì negare lo spirito e l'indole positivamente commerciale del personaggio, la sua diffusione di videocassette, libri e gadget, alcuni di questi più funzionali ed altri meno.

Ed è in questo bivio - tra genialità e trovata commerciale - che si colloca la sua ultima opera "The A Swing", testo rivolto al giocatore medio ("A" sta infatti per "Average") che propone interessanti novità riguardanti il miglior modo di muovere il bastone da parte del classico giocatore del sabato e della domenica.

Sintetizzando, tra le novità più importanti, Leadbetter propone un grip della mano destra molto più sovrapposto a quello della sinistra, uno stance leggermente chiuso in fase di address, un take-away con uno stacco della testa bastone visibilmente esterno rispetto alla posizione delle mani, un piano dello swing marcatamente upright (per non dire addirittura "ribaltato") a metà della salita, un apice del backswing più piatto rispetto alla posizione standard e con il bastone accross the line, ed infine un evidente cross-over nella fase del follow-through.

Difficile dire se tutte queste modifiche - apparentemente innaturali e in parte distanti dal modello classico al quale si è abituati - possano infine portare i loro frutti.

Certamente il libro è molto bello e scritto in maniera sapiente.

Solo il tempo potrà dunque confermare il genio di Leadbetter, oppure collocare questa sua opera nel novero dei tentativi meno felici legati alla tecnica dello swing, quali ad esempio lo stack and tilt o il cosiddetto movimento square to square.

I CONSIGLI DEL MAESTRO

DA 9 A 13!

a cura di Stefano Ricchiuti

 

Il modo in cui la pallina viene colpita determina la traiettoria che essa assumerà nel corso del suo volo. Sostanzialmente la combinazione data dalla traiettoria della testa del bastone con la posizione della faccia al momento dell'impatto determina la forma del volo della palla, anche se oggi sappiamo che in realtà sono molteplici i motivi che influenzano in un modo o nell'altro la direzione iniziale e la curvatura della pallina, compresi fattori quali l'angolo d'attacco ed il punto di contatto.

Aldilà di quali siano le cause relative alla produzione, ad esempio, di un pull-hook o di uno slice (tema che non è materia di questo articolo) il modello convenzionale riguardante le traiettorie possibili della pallina era costituito da 9 possibili voli, ciascuno con il proprio nome e con proprie caratteristiche.

Tuttavia, dalla nascita del D-Plane (avvenuta nel lontano 1994, ma diffusasi tra i maestri solo da pochi anni) la catalogazione dei voli ha assunto un aspetto più dettagliato e specifico, assolvendo a dei principi ormai universalmente riconosciuti.

I possibili voli dunque non sono più 9, bensì 13, includendo a pieno diritto il fade ed il draw nel computo delle risultanti possibili, nonché le novità date dal pull-fade e dal push-draw, varianti del pull-slice e del push-hook dove la curvatura del volo della pallina appare limitata rispetto alle due precedenti possibilità.

Di seguito viene dunque proposto un elenco di tutti i possibili voli della palla secondo la nuova classificazione TPI, nonché un paragone tra il modello classico e quello più recente.

 

 

1.     PULL-HOOK: la palla parte a sinistra e gira ulteriormente a sinistra

2.     PULL: la parte va dritta a sinistra

3.     PULL-FADE: la palle parte a sinistra e poi gira a destra, cadendo a sinistra della linea palla bersaglio

4.     HOOK: la palla parte dritta ma poi gira a sinistra

5.     PUSH-HOOK: la palle parte a destra e poi gira a sinistra, cadendo a sinistra della linea palla bersaglio

6.     FADE: colpo ad effetto volontario dove la palla parte a sinistra e poi gira a destra attraverso una curvatura limitata (circa 10 metri) cadendo sull'obiettivo

7.     DRITTO: la palla parte e rimane dritta cadendo sull'obiettivo

8.     DRAW: colpo ad effetto volontario dove la palla parte a destra e poi gira a sinistra attraverso una curvatura limitata (circa 10 metri) cadendo sull'obiettivo

9.     PULL-SLICE: la palla parte a sinistra e poi gira a destra, cadendo a destra della linea palla bersaglio

10.   SLICE: la palla parte dritta ma poi gira a destra

11.   PUSH-DRAW: la palla parte a destra e poi gira a sinistra, cadendo a destra della linea palla bersaglio

12.   PUSH: la palla va dritta a destra

13.   PUSH-SLICE: la palla parte a destra e gira ulteriormente a destra

 

I CONSIGLI DEL MAESTRO

PARALISI DA ANALISI

a cura di Stefano Ricchiuti

 

"Un millepiedi aveva sempre camminato senza alcun problema per le sue terre. Un bel giorno passò di lì una formica curiosa e chiese al millepiedi come potesse riuscire a camminare così bene senza cadere: con tanti piedi per lei era un miracolo che non inciampasse in qualche ostacolo. Molto turbato da questa idea, il millepiedi cominciò a prestare attenzione a dove metteva ogni zampina, e in breve tempo non riuscì più a camminare."

 

Questa breve storia mi è utile per trattare di un particolare aspetto riguardo a quali sono i modi corretti, e non, per poter imparare a giocare a golf.

 

Avete mai sentito parlare della cosiddetta paralisi da analisi? Si tratta di un processo della mente nel quale, quando il controllo su ciò che si deve fare (ad esempio sullo swing) diventa eccessivo, puntiglioso e troppo carico di nozioni, si ha come risultato il manifestarsi di movimenti, colpi e performance alquanto disastrosi.

 

Quando un allievo mi dice: "Sai, ho messo in pratica tutto ciò che abbiamo fatto a lezione, ho pensato a tutto, ma proprio a tutto! prima di effettuare ogni singolo colpo, e alla fine ho giocato malissimo!" la mia risposta altro non potrebbe essere che: "È certo!" L'allievo o l'allieva in questione, infatti, non ha fatto altro che esercitare su di sé il famigerato eccesso di controllo che fa perdere il controllo!

 

Tutto ciò vuole ribadire un aspetto fondamentale dell'apprendimento: ogni qual volta riceviamo una serie di informazioni dal nostro maestro su come poter migliorare la nostra tecnica golfistica non dobbiamo applicare tutte le modifiche contemporaneamente, né dobbiamo credere che la razionalità possa sostituirsi alla spontaneità e alla fatica dell'apprendimento motorio.

 

Questo, se vogliamo, è un po' l'errore che si vede commettere da quei dilettanti che, mossi dalle migliori intenzioni, vogliono insegnare lo swing ai loro amici neofiti: danno troppe nozioni e in pochissimo tempo, non lasciando il tempo al neo golfista di poter sentire e di assimilare, una cosa alla volta, ciò che bene fare (è questo l'ulteriore paradosso che fa capo al detto: "Con le migliori intenzioni si producono gli effetti peggiori!")

 

Ciò stabilito, per ricavare il meglio dalle vostre lezioni e dai vostri allenamenti, ricordatevi in sintesi che:

 

  • Non potete correggere tutto insieme: ogni modifica richiede il suo tempo!;
  • Comprendere lo swing e saperlo fare sono due cose diversissime: la mente comprende in un attimo, il corpo ha bisogno di esercizio!
  • È improduttivo considerare lo swing come la somma di tanti piccoli pezzi da analizzare: lo swing è un unico movimento fluido, e ogni singola correzione va poi collocata all'interno di un movimento il quanto più possibile omogeneo, spontaneo e senza troppi pensieri!;
  • Non si può avere tutto e subito: qualunque tipo di apprendimento, sportivo e non, segue per leggi naturali 4 fasi, dove il soggetto è, di volta in volta: 1) Inconsapevolmente incapace ("Non ho mai giocato a golf. Chissà se riuscirò?"; 2) Consapevolmente incapace ("Ho provato a giocare a golf. Non è facile come credevo!"; 3) Consapevolmente capace ("Sto applicando le correzioni al mio swing ed inizio a giocare bene!"); 4) Inconsapevolmente capace ("Quando gioco in campo penso solo alla strategia, lo swing vien da sé!")

 

Buon gioco a tutti!

I CONSIGLI DEL MAESTRO

LE NUOVE FRONTIERE DELLA TECNICA

a cura di Stefano Ricchiuti

 

Una celebre massima golfista recita che il golf è un gioco di opposti. Ciò significa che, per quanti sforzi possa fare la nostra razionalità nel tentativo di inquadrarne regole ed assiomi, esso si dimostra il più delle volte terribilmente contro intuitivo. Allo stesso tempo ciò testimonia l'esigenza di una guida qualificata che possa aiutarci nel nostro non semplicissimo percorso di crescita golfistica.

Se già un tempo questo carattere misterioso e fuori dai confini di una facile comprensione era oggetto di studio per molti golfisti, oggi l'utilizzo di strumenti moderni di analisi del volo della palla - quali ad esempio i launch monitor - ha evidenziato l'esistenza di realtà ancor più complesse.

Se ad esempio un tempo era credenza comune che la pallina possedesse una direzione iniziale in stretta relazione con la traiettoria della testa del bastone nell'area d'impatto - e che un'eventuale curvatura della palla dipendesse dalla posizione della faccia del bastone al momento del contatto con il ferro - i dati estremamente più scientifici di cui siamo a disposizione oggi testimoniano una realtà in buona parte diversa. Lo stesso dicasi per le conseguenze date da un colpo non centrato perfettamente nello sweet-spot, per ciò che concerne il concetto di backspin o ancora, ad esempio, per i "misteri" che si celavano dietro al famigerato pull di lama.

Data la molteplicità di variabili e di situazioni che interessano la fisica di un colpo di golf è impossibile, in queste poche righe, esporre una disanima esaustiva sulle novità portate alla luce da strumenti altamente tecnologici quali il trackman ed il flightscope; allo stesso tempo, gli elenchi a seguire, possono però fornire un assaggio su alcune sostanziali differenze tra le vecchie e le nuove credenze sullo swing e la balistica dei colpi.

 

 

Ecco alcuni miti di lunga data da sfatare:

 

•    La traiettoria della testa del bastone nell'area d'impatto influenza la direzione iniziale della pallina, mentre la posizione della faccia del ferro determina la sua successiva curvatura o effetto;

•    La palla cade in corrispondenza diretta a dove punta la faccia del bastone al momento dell'impatto;

•    Più l'angolo d'attacco è verticale e più si ottiene backspin;

•    In un ferro, una palla colpita verso la punta tende ad andare verso destra. Viceversa se colpita in prossimità del tacco.

 

Ed ecco alcune delle nuove realtà sul golf scientificamente comprovate:

 

•    Per il risultato di un colpo l'influenza della traiettoria della testa del bastone nell'area di impatto è minima, conta molto di più la posizione della faccia del bastone al momento del contatto con la palla;

•    La posizione della faccia del bastone ha un'influenza sulla direzione iniziale della palla che varia tra il 65% e l'85%;

•    La curvatura nel volo di una pallina, rispetto alla sua traiettoria iniziale, dipende dalla differenza (in gradi) tra la traiettoria della testa del bastone e la posizione della faccia al momento dell'impatto;

•    Il backspin della palla è sì determinato dall'angolo d'attacco, ma in concomitanza con altri fattori parimenti importanti (velocità, loft dinamico, etc.)

•    Con traiettoria e posizione della faccia del bastone ortogonali al bersaglio al momento dell'impatto, ma colpendo la palla sulla punta, si produce un effetto laterale contrario che fa andare la pallina a sinistra dell'obiettivo (gear effect).

•    Etc. etc. etc...

I CONSIGLI DEL MAESTRO

IL DOWNSWING

a cura di Stefano Ricchiuti

  

Una delle domande più frequenti che i golfisti tendono a fare è quale parte dello swing inizi il movimento di discesa del bastone verso la palla: le spalle, la testa del bastone, i fianchi, le braccia, le gambe?

In realtà, come primo concetto, è importante chiarire che, nel downswing, non esistono in effetti parti che si muovano prima o dopo di altre. Osservate una ripresa ad alta velocità di un giocatore del tour e cercate di notare come, dall’apice della salita, tutto si metta in moto per avvicinarsi velocemente al contatto con la palla: il bastone scende, le braccia si abbassano, le spalle si muovono, i fianchi ruotano. Tutto avviene contemporaneamente anche se, ogni parte, si muove chiaramente con una sua diversa entità e vigore.

Detto questo c’è tuttavia da ribadire come, seppur tutto si muova insieme, diverse sono le parti del corpo sulle quali il giocatore esercita inconsapevolmente uno sforzo durante la produzione del downswing. Infatti, se nella salita il movimento partiva principalmente dalla rotazione delle spalle coinvolgendo successivamente il busto e gli arti inferiori, nella discesa la sequenza di attivazione segue un ordine inverso, partendo dai piedi e salendo via via sino alle spalle, raggiungendo infine la testa del bastone.

Come si vede dall'illustrazione a fondo pagina una delle prime parti del corpo che genera velocità sono le gambe ed i fianchi. Nel momento in cui i fianchi iniziano a perdere velocità la loro energia viene trasferita alle spalle, successivamente alle braccia, ed infine alla testa del bastone. Seppur tutto si muova insieme l’energia generata dal movimento viene trasferita da un segmento all’altro durante momenti diversi del downswing.

Ciò che il golfista medio dovrebbe dunque pensare è questo: una volta raggiunto l’apice della salita il movimento si svilupperà naturalmente dal basso verso l’alto, come quando si lancia un sasso per farlo rimbalzare sulla superficie di un lago, o come quando si tira un pugno. L’obiettivo sarà dunque quello di muovere la testa del bastone il più velocemente possibile, lasciando che il dinamismo del corpo si sviluppi naturalmente. Certo: detto così sembra più facile a dirsi che a farsi tuttavia, una volta impadronitevi di questi concetti, sarà opportuno fare un tentativo.

“Il golf è di una semplicità sorprendente, ma può anche diventare molto difficile” ha detto una volta Arnold Palmer. Quanto sopra, nella sua semplicità o nella sua complessità, ribadisce nuovamente il concetto.

I CONSIGLI DEL MAESTRO

MAGIA DELLE PAROLE

a cura di Stefano Ricchiuti

 

L'etimologia della parola abracadabra - formula magica conosciuta anche dai bambini - trova una sua possibile origine nell'antico aramaico, e significa letteralmente: "Io creerò come parlo".

Psicologia e neuroscienze hanno da tempo confermato l'influenza del nostro modo di parlare sulla nostra emotività e sul nostro comportamento. In psicologia dello sport (e non solo) si parla dell'importanza del self-talk, del dialogo interno, a testimonianza di quanto ciò che può apparire aria fritta tenda invece ad incidere sulla nostra vita e sui nostri risultati.

 

Spostandoci dalla filosofia al campo da golf, ed immaginando di trovarci sul green della buca 18 di un ipotetico campo - a circa un metro e mezzo dalla buca e con un importante putt per vincere - il tipo di atteggiamento che un giocatore può possedere nei confronti di questa situazione può essere molteplice, così come il suo più intimo dialogo interno. Eccone alcuni esempi:

 

•   "Devo assolutamente imbucare!"

•   "Ci provo."

•   "Speriamo che questa entri."

•   "Dai! Mettiamola in buca!"

 

 

Prestando attenzione ad ogni singola formula è facile notare come ognuna di esse esprima un'attitudine ed un'emozione diversa nei confronti del compito che ci si accinge ad eseguire. La prima tende a generare tensione, ansia, costrizione: una sorta di aderenza alla norma. Nel secondo caso si abbassa invece il livello di tensione, diminuendo però proporzionalmente anche quello della concentrazione ed introducendo una sorta di indifferenza e di permissività nei confronti del risultato. Nel terzo caso si respira nuovamente una certa ansia, insieme ad una deresponsabilizzazione circa l'esito finale. L'ultima formula pare invece essere quella maggiormente convincente: un auto incitamento che comunica positività e grinta senza una proiezione verso un possibile fallimento futuro.

Ciò stabilito va inoltre sottolineato come aldilà di ciò che ci si dice conti anche il come ce lo si dice, aspetto che la carta stampata o il monitor del computer non possono, per ovvi motivi, rendere appieno.

Va da sé comunque che, qualunque atteggiamento mentale un giocatore utilizzi, il putt di cui sopra potrà essere o meno imbucato (dove andrebbero a finire senó la tecnica, la fortuna, il corretto calcolo della pendenza, etc.) tuttavia, su un campione statistico, chi meglio si predispone all'esecuzione del colpo che lo attende sarà colui che avrà maggior possibilità di riuscita.

 

Immaginiamo ora un'ulteriore situazione, ovvero di trovarci a dover eseguire un approccio al green con un ostacolo d'acqua posto tra la palla e la bandiera. Tra le varie soluzioni possibili, quale pensiero, tra i seguenti, sarà certamente quello più produttivo?:

 

•   "Qualunque cosa, ma non in acqua!"

•   "Voglio che la palla atterri ad inizio green e poi rotoli verso la buca."

 

 

L'utilizzo di un cosiddetto "operatore modale" ("voglio"), ed il focus mentale rivolto a ciò che si vuole ottenere (e a non a ciò che si teme possa avvenire) fanno della seconda formula un qualcosa di molto più utile e performante.

 

Allo stesso modo immaginate un maestro che utilizzi esclusivamente la parola "colpire" e mai, ad esempio, il verbo "attraversare". Il primo termine comunica un movimento molto energico che ha inoltre il limite di rendere la palla come il punto di stop del movimento, mentre - come tutti i grandi maestri sanno - la palla stessa altro non é che un punto tra i tanti dove il bastone deve passare alla massima velocità, in sinergia con uno swing che prosegue libero ed ininterrotto sino alla posizione di finish.

 

Per concludere è importante ricordare un assunto fondamentale della linguistica, ovvero: non si può non comunicare. Anche il silenzio, d'altronde, comunica il desiderio di non relazionarsi agli altri o di possedere una qualche difficoltà.

Ecco perché il saper comunicare efficacemente, con gli altri ma soprattutto con se stessi - nella vita come nello sport - è un'abilità che dev'essere al più presto imparata e fatta propria.

I CONSIGLI DEL MAESTRO

AROUSAL E PERFORMANCE

a cura di Stefano Ricchiuti

 

Chi ha familiarità con la psicologia dello sport conoscerà senz'altro il modello della "U" rovesciata di Yerkes e Dodson.

Si tratta di un modello teorico ben espresso da un grafico nel quale, sull'asse delle ascisse è posto il cosiddetto livello di arousal (stato di attivazione del sistema nervoso), e su quello delle ordinate la qualità della propria performance.

Come si può ben vedere dal grafico in esame se lo stato di attivazione è basso (noia, eccessivo rilassamento, apatia, etc.) la qualità della performance sarà di conseguenza abbastanza scadente.

Analogamente, se il livello di arousal è eccessivo (ansia, stress, tensione, iper-vigilanza, euforia, rabbia, etc.) i risultati che ne conseguiranno saranno anch'essi di bassa qualità.

Una buona via di mezzo - dove il golfista sia nel contempo pronto ma non teso, rilassato ma non distratto - costituisce invece l'ottima condizione per ottenere una performance di un certo livello.

Siate dunque sempre consci del vostro livello di attivazione durante una gara, e se esso risulta eccessivo fate tutto ciò che può indurvi un maggior rilassamento: training autogeno, meditazione, attività aerobica, o anche solo un maggior numero di gare, al fine di abituarvi alla competizione e ridurre la cosiddetta "ansia da prestazione".

Nel caso opposto attivatevi invece un po' prima della performance, dandovi degli stimoli nuovi, camminando velocemente o praticando con della musica energizzante.

Se riuscirete a collocarvi sul giusto livello di attivazione la qualità dei vostri gesti sarà certamente migliore, e la vostra mente sarà lucida e affilata come un coltello, garantendovi la miglior concentrazione possibile durante la gara!

Buon gioco a tutti!

I CONSIGLI DEL MAESTRO

GOLF E BIOMECCANICA

a cura di Stefano Ricchiuti

 

La biomeccanica è lo studio e l'applicazione dei principi della meccanica sull'uomo. In particolar modo essa analizza il comportamento delle strutture fisiologiche quando sottoposte a sollecitazioni statiche o dinamiche, e può essere altresì definita come lo studio delle forze che operano all'esterno e all'interno del corpo umano.

Nel golf essa ha attecchito grazie al lavoro di studiosi che hanno voluto comprendere in maniera netta e oggettiva talune dinamiche dello swing, e tra i tanti spicca certamente il nome del francese Jean-Jacques Rivet, professore di biomeccanica, terapista ed osteopata, nonché collaboratore del guru mondiale dell'insegnamento David Leadbetter.

È davvero difficile in poche righe riuscire a far comprendere quanto l'ausilio biomeccanico possa collaborare alla comprensione e al miglioramento dello swing, quanto la sua diagnosi sia oggettiva, e quanto tale approccio tenga in forte considerazione l'anamnesi del giocatore, la sua storia di traumi muscolo-scheletrici e di abitudini più o meno produttive. Allo stesso tempo tuttavia può essere utile, e non certo vano, provare a fornire qualche semplice ma importante principio di base verso il quale indirizzarsi e a cui far riferimento. Eccone alcuni:

•   Personalizzazione e adattabilità: lo swing ideale non può essere propinato in maniera indiscriminata ad ogni singolo giocatore. Allo stesso modo quel gesto che tanto piace ad un maestro o al suo allievo deve necessariamente fare i conti con l'anamnesi del soggetto, con i suoi limiti e le sue capacità. In sintesi, molto di frequente, un giocatore si muove in un certo modo proprio perché in quel momento non può far diversamente;

•   Naturalezza: al contrario di quanto sia comunemente condiviso dai più, il gesto del golf è un gesto estremamente naturale, in quanto la torsione del torso e la dinamica a spirale che caratterizza lo swing è propria dell'essere umano, ed è grazie ad essa che - rispetto ad esempio ad altre specie animali - l'uomo ha potuto sviluppare maggiormente il proprio potenziale. Tirare un pugno, lanciare un sasso o girarsi per salutare un amico sono solo alcuni degli esempi che confermano tale verità;

•   Stile e credibilità: i modi di eseguire lo swing sono molteplici ma, se un giocatore fa ciò che serve per produrre un efficace impatto con la palla, dal punto di vista stilistico egli sarà comunque sempre credibile. Non è invece sempre vero il processo contrario;

•   Saggezza del corpo: molte delle azioni errate del corpo sono il risultato di precedenti movimenti sbagliati, imprecisi, eseguiti troppo in anticipo, etc. Se il corpo non compensasse tramite azioni apparentemente scorrette ci sarebbe il rischio di mancare la palla, o addirittura di cadere o di farsi male. Il corpo tende sempre quindi a compensare al meglio errori precedenti dello swing, al fine di limitare i danni. Agire sulle conseguenze e non sulle cause può dunque talvolta essere inutile, o addirittura pericoloso;

•   Prendere energia dal terreno: come più volte ripetuto dai grandi maestri - primo fra tutti Sean Foley - il terreno costituisce una fonte di potenza. Ecco perché possedere un buon equilibrio dinamico, o eseguire una corretta compressione nel cambio di direzione tra salita e discesa, può addirittura raddoppiare il peso corporeo del giocatore al momento dell'impatto, e trasferire molta molta più energia alla pallina.

 

Questi sono solo alcuni dei principi di biomeccanica relativi allo swing del golf.

Voglio ringraziare Danilo Porro, analista biomeccanico GB Lab, per le interessanti ore di formazione sul tema.

Come sempre Buon Gioco a Tutti!

I CONSIGLI DEL MAESTRO

L'IMPATTO

a cura di Stefano Ricchiuti

 

 

 

L’impatto è il momento della verità. Qualsiasi gesto appartenente allo swing deve essere finalizzato al raggiungimento di una corretta e veloce azione attraverso la palla, assecondando dei canoni comuni a tutti i bravi giocatori. Se prima di questo istante le personalizzazioni dello swing potevano in parte essere accettate, in questa fase del movimento rimane davvero poco spazio per l’estro personale che, seppur presente, resta tuttavia confinato entro pochi e ben definiti limiti.

Vi invito ad osservare dei grandi nomi della storia del golf: Ben Hogan, Jack Nicklaus, Arnold Palmer, Lee Trevino, e ad analizzare anche nomi più recenti del panorama mondiale, quali: Tiger Woods, Rory McIlroy, Adam Scott, Jason Dufner. Prendete in esame il loro impatto con la palla e cercate di notare quante affinità hanno essi in comune. Certamente troverete in questi ed in altri giocatori della loro caratura una serie di denominatori che si ripetono. Questi punti, che potremmo identificare come i "magnifici sette", sono inevitabilmente presenti in ogni colpo di golf che si rispetti. Essi sono:

 

 

1.     LA LINEA DI COMPRESSIONE (al momento dell’impatto il braccio sinistro ed il bastone si trovano su di un’unica linea retta e talvolta, con i ferri, le mani si trovano addirittura leggermente più avanti rispetto alla testa del bastone);

2.     IL CENTRO DELLO SWING DIETRO LA PALLA (il centro dello swing – un punto collocato verso la sommità della colonna vertebrale – si trova dietro la palla al momento dell’impatto);

3.     LA COLONNA VERTEBRALE INCLINATA LEGGERMENTE VERSO DESTRA;

4.     I FIANCHI BEN APERTI (con l’anca sinistra che ha ruotato verso l’interno);

5.     LE SPALLE LEGGERMENTE APERTE (ovvero con la spalla sinistra un po’ più interna della destra);

6.     IL PESO SPOSTATO IN BUONA PARTE SULLA GAMBA SINISTRA;

7.     LA FACCIA DEL BASTONE SQUARE.

 

 

E’ importante tuttavia ricordare che i sette punti di cui sopra non fanno riferimento a posizioni che possono essere ricercate volontariamente, in quanto esse fanno parte di un’azione dinamica che ha nella velocità e nel non controllo il suo aspetto più importante. Essi rappresentano infatti il raggiungimento di una condizione che può essere ricercata solo assecondando particolari principi della fisica e dello swing ma questo, come ogni giocatore di golf sa, richiede pratica e pazienza.

I CONSIGLI DEL MAESTRO

CONSIGLI PER GIOVANI SOGNATORI

a cura di Stefano Ricchiuti

 

 

Nel mio passato da dilettante, ed in parte da professionista, ho avuto modo di confrontarmi con giocatori e amici di tutto rispetto: taluni di questi - seppur molto dotati - si sono infine persi nel limbo dei giocatori sconosciuti, altri (ovviamente una parte molto esigua) sono invece riusciti a distinguersi e, per così dire, a sfondare.

Sulla base di quanto sopra questo breve articolo vuole fornire una serie di consigli pratici per tutti quei giovani che desiderano applicarsi con abnegazione nel gioco del golf, nella speranza di veder magari un giorno realizzati i propri sogni:

 

•   Praticate, praticate e ancora praticate: personalmente non conosco una sola persona che sia riuscita ad emergere non dedicando molto del proprio tempo ad una pratica di qualità. L'esercizio costante è parte integrante del processo di miglioramento e questa, purtroppo, è una regola che è impossibile cambiare;

•   Affidatevi ad un maestro qualificato: per sapere come praticare (e non perdere tempo prezioso attraverso una ricerca da autodidatta che difficilmente può darvi dei risultati) scegliete un maestro qualificato, con il quale sentiate inoltre, sin da subito, di possedere un buon feeling;

•   Siate umili: Costantino Rocca racconta di quando, durante un allenamento sul driving range di Oak Hill in occasione della trentunesima Ryder Cup, il grande Tom Watson gli si avvicinò per salutarlo. Seppur questo stupì moltissimo il suo caddie ciò non fu così per il giocatore bergamasco il quale sapeva che: "In Italia un ragazzo, appena diventa professionista, in alcuni casi non ti guarda nemmeno in faccia. I campioni veri, come Tom, invece si comportano in modo diverso!";

•   Uscite dalla vostra zona di comfort: anche in questo caso non conosco nessun bravo giocatore che sia diventato tale gareggiando soltanto nel proprio circolo. È fondamentale che i ragazzini si abituino al più presto a competere nelle gare giovanili, in quelle ufficiali e nei campionati, affrontando percorsi differenti e situazioni sempre diverse tra di loro;

•   Date la giusta importanza alle cose: un antico detto indiano recita: "Buttati a capofitto nella battaglia ma tieni il tuo cuore ai piedi di loto del Signore." Ciò significa che, anche se per voi il golf è importante, non dovreste identificarlo totalmente con la vostra vita. Diversificate invece le vostre passioni e cercate di prendere le cose con il giusto equilibrio tra impegno e leggerezza. Se per voi ogni gara diventa una questione di vita o di morte difficilmente giocherete bene, ed inoltre non vi sarà possibile godere della bellezza di questo sport.

Quanto sopra potrà certamente aumentare le vostre possibilità di migliorare e magari di emergere nel magico mondo del golf. Per ogni giovane ragazzo e ragazza è dunque importante proseguire nel coltivare e custodire il proprio sogno. Allo stesso tempo tuttavia, come disse qualcuno: "Non datevi pena per il domani." Applicatevi al massimo e credete in voi stessi certo, ma per il resto chi vivrà vedrà!

Buon gioco a tutti!

I CONSIGLI DEL MAESTRO: LA PRATICA RENDE PERFETTI?

LA PRATICA RENDE PERFETTI?

a cura di Stefano Ricchiuti

 

La celebre quanto famigerata "regola delle 10mila ore" - teorizzata dal sociologo e giornalista canadese Malcolm Gladwell all'interno del suo: "Fuoriclasse. Storia naturale del successo" - recita che, applicandosi per almeno 10mila ore in qualsivoglia disciplina, è possibile padroneggiare ed essere considerati esperti in qualsiasi materia, sia essa la musica, la danza, uno sport o l'aritmetica.

Alla base di questa teoria c'è la convinzione che il talento non esista, e che esso sia in fin dei conti esclusivamente il frutto e l'espressione ultima di un costante esercizio.

A mio modo di vedere il principio positivo che sostiene questa teoria sta proprio nel sottolineare la necessità di allenarsi in maniera intensiva (10mila ore sono, dopo tutto, otto ore di allenamento ogni giorno per circa tre anni e mezzo), mentre palesi limiti sono da ricercarsi nella negazione del concetto di talento, nonché nell'esemplificazione del concetto stesso di pratica.

Partendo proprio da quest'ultimo punto Daniel Goleman, autore tra le altre cose del celebre testo "Intelligenza emotiva" sostiene che: "Se sei un imbranato a golf, e commetti sempre gli stessi errori quando cerchi di fare un putt, dopo 10mila ore starai sempre facendo lo stesso errore, senza migliorare. Sarai sempre imbranato, solo un po' più vecchio".

Ecco allora che il vecchio adagio che recita: "La pratica rende perfetti" dovrebbe anche nel golf diventare qualcosa di simile a: "Una pratica corretta rende migliori". Ciò sia perché nel golf il concetto di perfezione è tanto irraggiungibile quanto controproducente, sia perché una pratica disattenta e non mirata altro non fa che consolidare tristemente i propri errori.

Infine un'ultima considerazione sul concetto di talento e di genio.

Se è vero, com'è vero, che la pratica per essere funzionale deve essere disciplinata e ben mirata, altrettanto è vero che il talento nel golf, così come in altre discipline, esiste! Un Severiano Ballesteros o un Jack Nicklaus non li si crea "in laboratorio". Allo stesso modo non bisogna dimenticare che proprio tali campioni hanno allenato il loro talento naturale scorticandosi le mani a forza di praticare. È forse questo il motivo per il quale Pablo Picasso, anch'egli genio indiscusso, disse una volta che: "Il genio sono almeno otto ore di lavoro al giorno!"

Niente di più vero!

E come sempre: buon gioco a tutti!